Graffi. Quelli mi si fissano negli occhi per primi, osservando le più recenti opere grafiche e su carta di Mario Alimede: graffi che incidono – la lastra di zinco, la matrice lignea o il foglio -, ma insieme rimangono sospesi in una sola delle molte dimensioni che lo sguardo penetra in successione.
Nelle altre, ectoplasmi, frammenti di tessuto e di giornale, singulti di scrittura… Tutto è segno e costruisce spazio. Uno spazio senza più riferimenti prospettici a un mondo reale, eppure ancora aderente ad esso, come se da lì comunque si diramassero, alla stregua di sottili e vibratili terminazioni nervose, le sue ambigue, fragili direttrici visive.
Il segno talora squarcia in dissonanza, con violenza gestuale, altrove crea delle trame di ritmo lieve sul fondo, che non si concede mai a determinare una fine dello sguardo: fatto emergere per sottrazione d’inchiostro nel procedimento di stampa, il più delle volte esso ottiene dalla matrice xilografica o in plexiglas uno spessore impalpabile che lo rende terreno soffice, cedevole. Su una simile base non si può strutturare un volume definito, ma al più gangli traslucidi che paiono essersi depositati per strati opalescenti, nella lenta misura di un tempo che non è quello del reale quotidiano.
Così la materia concreta, che pure è punto di partenza nel confronto diretto con la lastra – di metallo, legno o derivato plastico -, supera il proprio status creando le premesse per l’accesso a una sfera d’espressione rarefatta, in cui sapienti e calibrate impaginazioni pittoriche sostituiscono la propria sostanza mentale a quella corporea di oggetti e figure.
Astrazione, certo; in cui la forma resta tuttavia – paradossalmente – irrinunciabile. Seppure condotta a un’essenza poco più che globulare, essa perdura nel progetto visivo, come se il procedere del percorso fantastico ed il mestiere stesso ne richiedessero l’intima coscienza.
Tutto è un galleggiare di lacerti di quella forma, il più delle volte ridotti a puro segno, talora con una sottolineatura di fisica violenza del loro accadere e aggregarsi.
Tutto avviene ormai, si è detto, fuori da ogni riscontro narrativo, eppure permane – forse nell’assestarsi compositivo dell’opera, in cui ogni frammento pare trovare la propria collocazione con irreale naturalezza – uno spessore onirico: “La persistenza prende forma / nei suoi contorni […] / …quasi l’inizio / di una trama e si smemora nel sonno” .

Quanto basta ad allontanare la brezza gelida dell’astrazione concettuale e a dare il senso dello scorrere del tempo; anzi, di un suo sciabordio…
“Nell’indistinto / nel flusso riflusso di un futuro / in ciò che non è ancora / tenebra nella sua latenza”.

Fulvio Dell’Agnese