Leggere il mondo. A costo di rinunciare a ogni riferimento esplicito alle cose, allontanandosi dalla realtà in una prospettiva mentale per cogliere trame di segni, direzioni di senso. Qui si fa un discorso molto razionale, tentando una progettazione ex post del mondo, cercando i punti in cui le trame delle cose, cercate con passione e suggerite in qualche modo nei due atti di cui si è scritto, si raccordino con le attese della mente, in cui i richiami fra oggetti, azioni reali reggano alla prova del nove di uno schema umano. La scelta tecnica è essa stessa simbolicamente orientata in questa direzione: l’incisione, la grafica, hanno molto della progettazione, fatte come sono di linee e contorni, sono ogni volta una sfida. Il torchio restituirà l’idea di partenza? Il reticolo di solchi, di abrasioni della lastra restituirà una spiegazione al vorticare muto e inquietante delle cose? In ogni lastra, o quasi, una traccia di uomo: un profilo, un abbozzo di figura, un viso perso nelle trame e nelle macchie del disegno. A dire che noi stessi siamo parte del progetto, andiamo collocati da qualche parte, siamo ad un tempo spettatori, interpreti e parte di un insieme. Una parte smarrita che aspetta di essere ricollocata in questo scenario. La carta a tratti assume le caratteristiche dello schizzo, di quegli abbozzi preliminari che i grandi architetti tracciano per evidenziare linee di forza, masse, tensioni; a tratti riconosciamo i modi di certe antiche tavole anatomiche dove la vita si indaga immaginando embrioni, organi; a volte più decisamente si imbocca la strada del sogno, della visione angosciata, dell’incubo. In questa tensione fra sforzo razionale di capire e fragilità umana del sentire, del vivere, si gioca la partita, si libera la carica artistica di Mario Alimede.

Il mondo vuole essere interrogato, provoca la domanda. Ma tace le sue risposte, allude, al massimo suggerisce coincidenze e simmetrie. Il pittore, come l’innamorato, pende dalle labbra del mondo: cattura qualche sillaba e fantastica per giorni sul senso di un discorso, che forse si è scostato appena dal silenzio.

Paolo Venti